Wu Ming 4 – Italian Extended Version

Wu ming 4, all’anagrafe Federico Guglielmi, è membro del collettivo di scrittori Wu Ming dal 2000. Come collettivo e come solista ha sperimentato diverse forme espressive, pubblicando romanzi come “La Stella del mattino” e saggi, quale “Difendere la Terra di Mezzo” dove raccoglie le sue ricerche sulla poetica di J.R.R. Tolkien. CONDO ha chiesto a una ricercatrice in letteratura e web, Irene Cacopardi*, di intervistarlo per approfondire il tema del linguaggio.

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1. Il lavoro sul linguaggio è uno dei tratti caratteristici della vostra produzione. Avete dichiarato ripetutamente la necessità di utilizzare parole e linguaggi nuovi, soprattutto per descrivere eventi storici. Potreste spiegare il ruolo che riveste la lingua nelle vostre opere, alla luce anche di quello che voi chiamate il “potere curativo” della parola?

WM: E’ quasi scontato dire che ogni storia pretende un proprio linguaggio. Non appena abbiamo deciso quale storia raccontare, la prima cosa che ci chiediamo è come raccontarla: modalità narrative e stilistiche, lingua, registro, che nei nostri romanzi sono spesso molteplici. Se vuoi rimettere in prospettiva un evento storico, narrarlo da un’angolazione obliqua, insolita, allora questo deve valere anche per il linguaggio. Il nostro intento è tenerci alla larga tanto dal mero lavoro mimetico quanto dalla sperimentazione linguistica che si compiace di se stessa e trasforma il linguaggio in uno strumento elitario, ieratico. Il nostro lavoro sulla lingua rispecchia la nostra poetica: la sperimentazione deve essere sottile, sotto traccia.
In certi casi, quando si tratta di fare parlare personaggi vissuti in un tempo e in uno spazio lontani dai nostri, inventiamo una lingua che renda l’idea di quella particolarità. Poco importa che sia filologicamente corretta, noi scriviamo in italiano contemporaneo, non in una lingua di altri tempi o di altre lande. Dunque si tratta comunque di invenzione, ottenuta rielaborando elementi dialettali, neologismi, iperboli semantiche, eccetera…
Per quanto riguarda la funzione terapeutica del narrare, partiamo dal presupposto che la parola è lo strumento attraverso il quale noi umani riusciamo a relazionarci alla realtà complessa che ci circonda, a ordinarla, a non esserne soverchiati. In una celebre poesia, Robert Graves definiva il linguaggio “una fredda rete… che ci avvolge”, senza la quale verremmo sopraffatti dalle nostre emozioni e impazziremmo. Attraverso le parole noi “esorcizziamo la notte che incombe”. Dunque nelle infinite forme del linguaggio si trova anche la possibilità di recuperare un rapporto sano, costruttivo, tra noi stessi e il mondo.

2. Nel vostro ultimo romanzo, L’armata dei sonnambuli, dedicato alla Rivoluzione Francese, avete effettuato un particolare lavoro sul linguaggio, che forse continua e approfondisce le esperienze pregresse come per esempio la creazione della lingua del Mohock Club in Manituana. Ne L’armata dei sonnambuli lingue diverse permeano l’intero testo, dal gergo dei “muschiatini” alla lingua del popolo basso. Troviamo parole inusuali come “sdozzo”, “barsacco”, “soquanti” ma anche espressioni come “metterci del verde e del secco”. Come avete lavorato per creare i diversi idiomi? Quali sono state le fonti di ispirazione ?
WM: Le espressioni idiomatiche sono in parte derivate da un piccolo dizionario di “sanculottese” pubblicato in Francia, e frutto di un lavoro filologico. Il turpiloquio e il tono li abbiamo desunti dalla stampa dell’epoca, in particolare i giornali popolari che si vendevano per le strade di Parigi. Lo slang della plebe nella Parigi del XVIII secolo invece l’abbiamo ottenuto impastando l’italiano con dialettismi regionali (emiliani), onomatopee, parole francesi italianizzate e parole italiane francesizzate. Per la lingua dei Muschiatini ci siamo ispirati alla notizia che non pronunciavano la R in affronto alla Repubblica e alla Rivoluzione e che scimmiottavano la parlata degli aristocratici. Per la lingua d’Alvernia abbiamo italianizzato parole del dialetto alverniate, in modo da renderlo comprensibile. C’è perfino un personaggio storico che parla inframmezzando all’italiano parole tedesche, poiché era famoso proprio per questa sua parlata ibrida. In buona sostanza il nostro è un metodo empirico e non potrebbe essere altrimenti.

3. La vostra attività letteraria e politica ruota intorno alla nozione di mitopoiesi. Vi siete anche interrogati sulla cristalizzazione del mito, quella che voi chiamate “lingua di legno”. Nelle Ricerche filosofiche, Wittgenstein ritiene che “immaginare un linguaggio significa immaginare una forma di vita”, per riprendere le parole di Ronald in Stella del mattino, “usare un linguaggio è costruire un mondo”. Qual è, secondo voi, la relazione tra narrazione mitica e linguaggio ?

WM: Quella enunciata dal personaggio di Ronald Tolkien nel romanzo è in effetti quella che si ritrova nei suoi saggi, vale a dire: mito e linguaggio coincidono. L’essere umano ha bisogno di un linguaggio per comunicare le proprie immagini mentali e la propria esperienza del mondo; al tempo stesso è il linguaggio a fornire la griglia attraverso la quale ordinare tali immagini in una sequenza sensata. La parola, il racconto, è ciò che plasma la nostra esperienza, la mette in prospettiva, ci consente di rielaborarla e comunicarla. Il modo umano di pensare, di collegare visioni e pensieri, è un modo mitico.
Dunque quando usiamo un linguaggio stiamo già narrando e, sì, immaginando una forma di vita, addirittura un intero mondo, ovvero rappresentazioni o proiezioni più o meno realistiche, più o meno distopiche o utopiche, della realtà che esperiamo con i sensi. Alle due citazioni di Tolkien e Wittgenstein se ne potrebbe aggiungere una terza, di William Morris: “Le parole sono importanti quanto l’esperienza, perché in definitiva sono le parole a fare l’esperienza.”


4. Avete affermato più volte che il vostro interesse non è per la contaminazione dei generi ma per l’ibridazione delle tipologie testuali e dei registri linguistici, per la collisione fra tecniche e retoriche diverse. Tra musica, fumetti, video e Internet, le vostre storie si diramano e imboccano la strada di una “espansione narrativa illimitata” (cito Gaia de Pascale). Il vostro sito, Giap!, il mondo di Manituana, il time-travel-no-fiction di 54 su Twitter, rappresentano una piccola parte della vostra presenza in linea. Quali possibilità vi ha offerto l’uso della rete? Agisce veramente sullo sviluppo di linguaggi nuovi ? Può realmente essere considerata un mezzo per “liberare il linguaggio”?

WM: Senza dubbio internet offre una gamma di interazioni comunicative senza precedenti. L’idea che una storia non abbia un inizio e una fine conchiusi nelle pagine di un oggetto libro è anche figlia delle enormi potenzialità offerte dalla rete telematica, in termini di crossover tra mezzi di comunicazione e supporti differenti. Tuttavia per noi il punto non è tanto “liberare il linguaggio” attraverso la rete, quanto piuttosto esplorare le possibilità del narrare con ogni mezzo necessario. E’ questo che ci interessa. Non attribuiamo a internet nessun potere messianico di liberazione, ma ne sfruttiamo le potenzialità quando e se le reputiamo efficaci per lo scopo che ci prefiggiamo. Possono esserci occasioni nelle quali le forme comunicative della rete si rivelano controproducenti per noi. E’ il motivo, ad esempio, per cui Wu Ming non ha un profilo Facebook.

5. Franco “Bifo” Berardi ha affermato in un’intervista su di voi che “la vostra ricerca sul linguaggio è soprattutto una ricerca sulle modalità della narrazione collettiva”. Siete d’accordo con questa spiegazione ?

WM: Sì, ma va articolata. Il nostro lavoro di scrittori, e anche la nostra attività laboratoriale a latere, o i progetti attivati con autori esterni a Wu Ming, sono fortemente incentrati sulle modalità di narrazione collettiva. Se si parte dal presupposto che raccontare significa creare mondi, allora quei mondi devono poter essere attraversati e abitati da molteplici soggetti, da comunità. La concezione specialistica della narrazione, che prevede l’esistenza di un demiurgo produttore di storie il quale si rivolge ai fruitori di storie, è relativamente recente, e nostro avviso limitata. Molto più interessante è l’ipotesi che vede nascere comunità di co-narratori intorno a determinate storie. Un lettore non meramente contemplativo partecipa all’impresa mitopoietica, traducendo o proseguendo la storia con altri mezzi (musica, disegno, rappresentazione teatrale, giochi di società…) e immagina finali alternativi, sequel, prequel, spin-off. Quando ciò accade significa che l’incantesimo del racconto ha funzionato.

 

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Irene Cacopardi insegna all’Università Blaise Pascal di Clermont-Ferrand dal 2010. Dal 2011 è dottoranda in Letteratura Italiana presso l’Università Paul Valéry  di Montpellier. È interessata all’approfondimento del rapporto tra internet, web 2.0  e la produzione letteraria.